LA FALLOPLASTICA ADDOMINALE

La falloplastica addominale è una delle tecniche più utilizzate in Italia. Prevede l’utilizzo di un ampio lembo di cute e grasso sottocutaneo prelevato dall’addome, che viene modellato e tubularizzato per creare il neofallo.

Il principale vantaggio di questa tecnica è che la parte inferiore del lembo rimane attaccata al pube, da cui riceve la sua vascolarizzazione. Non essendo necessario staccare completamente il lembo e ricollegare i vasi sanguigni, il rischio di ischemia e necrosi risulta molto ridotto. Altri vantaggi sono la presenza di una cicatrice addominale generalmente poco visibile sotto i vestiti e la possibilità di ottenere un neofallo di dimensioni adeguate per l’inserimento di una protesi peniena, che consente la penetrazione.

Tra gli svantaggi principali vi sono la mancata creazione dell’uretra all’interno del neofallo, per cui la persona continuerà a urinare in posizione seduta, e una sensibilità tattile ridotta, soprattutto a livello della punta.

Possibili controindicazioni all’intervento sono l’obesità, che può rendere difficile la modellazione del neofallo per l’eccessivo spessore del tessuto sottocutaneo, l’eccessiva magrezza, che può portare a un neofallo troppo sottile per l’inserimento di una protesi, e la presenza di cicatrici addominali importanti.

In caso di peluria abbondante, prima dell’intervento è possibile considerare l’epilazione definitiva. Dopo la falloplastica addominale è possibile procedere con i successivi interventi: vaginectomia e scrotoplastica con eventuale incorporazione del clitoride, glanduloplastica e inserimento di protesi peniena e testicolare.

Descrizione dell’intervento

L’intervento viene eseguito con la persona in posizione supina.

Il chirurgo disegna sull’addome il lembo che verrà utilizzato per creare il neofallo. Questo ha forma pressoché rettangolare, con la base inferiore a livello del pube e il margine superiore al di sotto dell’ombelico, con due piccole estensioni che serviranno a costruire il glande. Le dimensioni variano generalmente tra 10-15 cm di lunghezza e 8–12 cm di larghezza, in base all’anatomia della persona.

Si procede quindi con l’incisione della cute e del grasso sottocutaneo lungo il margine superiore e i lati del disegno, lasciando intatta la base inferiore, che garantisce l’apporto di sangue al lembo.

Il lembo viene poi sollevato e separato dalla parete muscolare sottostante, procedendo dall’alto verso il basso. Una volta mobilizzato, viene arrotolato su sé stesso e suturato lungo i lati per formare il neofallo. L’estremità distale viene modellata per creare la punta del neofallo.

Il prelievo del lembo lascia un difetto nell’addome inferiore, che viene chiuso mobilizzando la cute sovrastante e portandola verso il basso. Se questo comporta uno spostamento eccessivo dell’ombelico, quest’ultimo viene isolato e riposizionato.

Al termine dell’intervento vengono generalmente posizionati due drenaggi nella regione addominale e pubica, un catetere vescicale e le medicazioni sulle ferite.

Attenzione: Se sono presenti cicatrici addominali importanti, che potrebbero compromettere la vascolarizzazione del lembo, l’intervento può essere eseguito in due tempi: nel primo si prepara e si mobilizza il lembo, nel secondo (dopo alcuni mesi) lo si utilizza per costruire il neofallo. Questo serve a garantire autonomia al lembo in termini di vascolarizzazione.

L’intervento dura circa 2–3 ore e viene eseguito in anestesia generale.

La degenza media è di circa 5 giorni, salvo complicanze. Durante questo periodo vengono somministrati farmaci per prevenire infezioni e trombosi.

Nei primi giorni è consigliato rimanere a letto con le cosce leggermente flesse; intorno alla quarta giornata si può iniziare a muoversi. I drenaggi vengono rimossi dopo 3–4 giorni, mentre il catetere viene rimosso prima della dimissione.

Durante tutta la degenza viene controllata regolarmente la vitalità del neofallo.

Nei primi 1–2 mesi sono previsti controlli ambulatoriali per verificare la corretta guarigione delle ferite e l’assenza di complicanze precoci.

Dopo almeno 6 mesi, e in assenza di complicanze, è possibile procedere con gli interventi successivi, come vaginectomia, scrotoplastica e incorporazione del clitoride.

Le complicanze intraoperatorie sono rare e possono includere sanguinamento o lesioni accidentali dei vasi sanguigni che nutrono il lembo.

Nei primi giorni dopo l’intervento possono comparire sanguinamento, ematomi o febbre, generalmente gestibili con terapia conservativa.

Tra le complicanze più importanti, seppur rare, vi è la necrosi del neofallo legata a problemi di vascolarizzazione, che si manifesta solitamente nei primi giorni dopo l’intervento.

Nel periodo successivo possono verificarsi soprattutto problemi di guarigione delle ferite, come deiscenza, cicatrici anomale o retrazioni, sia a livello del fallo sia dell’addome. Più raramente possono comparire complicanze della parete addominale, come rigonfiamenti (bulging) legati a una ridotta tonicità della parete.

Per approfondimenti, vedi Gestione delle complicanze

Allepot K, Morel-Journel N, Boucher F. Abdominal wall complications: An unknown aspect of morbidity in phalloplasty. A comprehensive analysis and clinical implications. Annales de Chirurgie Plastique Esthetique. 2025. doi:10.1016/j.anplas.2025.01.007
Wang E, Cleff B, Basta A, Green JC, Swiekatowski KR, Won P, et al. Flap Choice in Gender Affirming Phalloplasty Affects Postoperative Complication Rates. Microsurgery. 2026;46(1). doi:10.1002/micr.70154

APPROFONDIMENTI

Cenni di anatomia genitale
Prima e dopo l’intervento
Gestione delle complicanze